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Siamo così sicuri di comprendere i nostri animali?

comprendere i nostri animali

Per antropomorfismo si intende la tendenza che noi esseri umani abbiamo ad attribuire caratteri, azioni e intenzioni umane a qualsiasi oggetto o organismo che ci troviamo di fronte. Basandoci su questo concetto abbastanza generale sembra normale il fatto che pensiamo di essere in grado di comprendere i nostri animali così da capire cosa pensano, cosa vogliono e persino cosa provano gli animali.

In molti casi, in realtà, il fatto che siamo specie comunque vicine dal punto di vista evolutivo ci porta nella giusta direzione, ma spesso non è così e tendiamo a confondere il nostro comportamento con quello che crediamo di vedere negli animali e a vedere delle emozioni sulle “facce” degli altri animali, in quanto guidati da un egocentrismo di base che ci porta a rapportare tutto alla nostra esperienza e a “sovrastrutturare” ogni situazione senza mai cercarne la spiegazione più semplice.

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di vedere gradualmente, in questo breve viaggio nel comportamento animale, quali sono le tipologie di comportamenti che un animale può mettere in atto, se essi sono in grado di provare emozioni e se hanno una coscienza oppure no, per poi concludere cercando di sottolineare quali sono gli errori commessi da noi esseri umani e perché è difficile fare ricerca e chiarezza in questo settore.

Per comprendere i nostri animali partiamo dai loro comportamenti: i comportamenti innati

Esistono principalmente due tipologie di comportamenti che accomunano gli essere umani al resto degli animali. I primi vengono definiti comportamenti innati, ossia dei comportamenti molto semplici che rappresentano essenzialmente una risposta automatica ad un ben determinato stimolo. Per farvela breve (visto che non sono loro il centro della nostra attenzione), nel momento in cui voi ritraete subito la vostra mano da una piastra rovente, state mettendo in atto quello che dal punto di vista scientifico rappresenta il comportamento definito “riflesso”. A questa categoria, però, appartiene anche un altro gruppo di meccanismi che vanno sotto il nome di comportamenti innati complessi, ossia una sequenza ben precisa di comportamenti singoli che vengono messi in atto in seguito ad un determinato stimolo.

Comportamenti innati complessi: l’oca selvatica

Su questo spendo un po’ più di tempo, riportando il comportamento dell’oca selvatica: è stato osservato che nel momento in cui un uovo “scivola via” dal nido della mamma oca, questa mette in atto una serie di movimenti volti a recuperare e riportare l’uovo in salvo. Perfetto direte, la mamma si è accorta che uno dei suoi futuri figli sta sfuggendo via e allora cerca di metterlo in salvo; in realtà, però, la situazione non è così semplice, perché, fate ben attenzione, lo stesso comportamento viene messo in atto anche nel momento in cui a scivolare via dal nido è un qualsiasi oggetto di forma pressoché arrotondata, perfino una bottiglia di birra!

La spiegazione, quindi, è che l’oca ha sviluppato questo tipo di comportamento che è sicuramente utile dal punto di vista riproduttivo, ma non ha nessuna coscienza sul perché lo stia facendo, tant’è che se l’uovo le sfugge via, mentre sta cercando di portarlo indietro, l’oca finirà prima tutta la sequenza di movimenti e solo dopo si cimenterà di nuovo nel suo tentativo.

I comportamenti appresi meccanismi che gli animali imparano a mettere in atto in seguito alle loro esperienze personali

Per quanto riguarda i comportamenti appresi, invece, questi rappresentano dei meccanismi che gli animali imparano a mettere in atto in seguito alle loro esperienze personali. Tra questi si annoverano l’imprinting oggettuale, con cui l’animale impara a seguire il primo “oggetto” che vede al momento della nascita (grande utilità dal punto di vista evolutivo), o l’assuefazione, con cui gli animali imparano ad ignorare tutti quegli stimoli che non rappresentano né un pericolo né un vantaggio (ecco perché i “piccioni di città” si sono così ben adattati alla nostra presenza e a tutti i rumori tipici del traffico cittadino).

Condizionamenti classico l’esperimento di Pavlov con i cani

Mi soffermo, invece, sul cosiddetto “condizionamento classico”, una forma di apprendimento, evidenziata per la prima volta dallo studioso Ivan Pavlov, in cui si riesce ad associare uno stimolo ad una risposta che normalmente viene data da un altro tipo di stimolo. La spiegazione sembra un po’ confusa, ma vediamo in breve quello che è riuscito ad ottenere lo stesso Pavlov nel suo esperimento.

Ogni volta che l’etologo portava il pranzo al proprio cane ha notato che iniziava immediatamente la salivazione dalla bocca. Cosa gli è venuto in mente di fare? Associare la vista del cibo con il suono di una campanella per un certo numero di volte. Cosa è successo alla fine? Il cane iniziava a sbavare solamente in seguito al suono della campanella, senza sentore alcuno del cibo. Questo breve esperimento, applicabile in molte altre situazioni, dovrebbe avervi dimostrato come il comportamento di un animale sia in realtà estremamente “semplice” da influenzare e come gli animali nella maggior parte dei casi tendano semplicemente a rispondere a degli stimoli con determinati comportamenti, senza porre nessuna attenzione sul perché lo stiano facendo (tenete ben a mente questo concetto perché ci servirà in seguito).

L’intuizione come comportamento appreso, l’esperimento di Kohler con gli scimpazè

Prima di passare al prossimo argomento, anch’esso necessario per comprendere i nostri animali, va detto che gli animali non sono solamente dei “commedianti passivi”, ma possono anche modificare i propri comportamenti di loro spontanea volontà, una volta compreso a quale conseguenza porti una ben determinata azione. Questo è quello che succede nel condizionamento operante, dove un animale modifica la frequenza con cui mette in atto un comportamento sulla base delle conseguenze positive o negative.

Infine, l’ultima forma di comportamento appreso è rappresentata dall’intuizione, propria solo dei primati, in cui l’animale sarà in grado di elaborare una soluzione ad una ben determinata situazione, ancor prima di aver messo in atto un qualsiasi tipo di azione. Questo è quello che è stato evidenziato negli esperimenti di Wolfgang Kohler a favore degli scimpanzé: messi in una stanza con una serie di oggetti e scatole, i primati avrebbero dovuto recuperare un casco di banane attaccato al soffitto; ebbene, tutti riuscirono nell’impresa, dimostrando di aver elaborato una soluzione al problema, che gli è stato posto davanti, ancor prima di aver effettuato qualsiasi tipo di azione. Avremmo però ottenuto lo stesso effetto con animali appartenenti ad altri generi o specie? Probabilmente no.

Fino a questo punto abbiamo analizzato i comportamenti per comprendere i nostri animali. Ora si apre un altro capitolo che tratteremo nel prossimo articolo e che riguarda le emozioni. Clicca qui per leggere l’articolo.

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