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Serve un progetto di vita? Risorse per il nostro star bene

Serve un progetto di vita? Risorse per il nostro star bene

Abbiamo citato più volte l’espressione  progetto di vita. In sé è una espressione impegnativa. Qualche importante distinguo è giunto il momento di farlo.

Partiamo dalle obiezioni all’idea di un progetto di vita, che è possibile raccogliere:

  • Ma figurati se alla mia età mi metto lì a pensare alla mia vita, come se avessi sempre fatto lo struzzo
  • Credo che alla mia età si abbia ormai le idee chiare su che cosa è bene e che cosa è male per noi. Che bisogno c’è di fare una cosa del genere?
  • Con tutto quel che ho da fare, figurati se mi metto lì anche a riflettere sui massimi sistemi
  • Preferisco evitarlo: se mi fermo a guardare dentro me stesso, ho paura per quello che potrei ritrovare
  • E’ un lavoro inutile: la vita si costruisce giorno per giorno
  • Progettare alla mia età? Non l’ho fatto a 20 anni, figurati se lo faccio adesso!
  • E perché dovrei farlo?
  • Che senso ha fare progetti quando la vita con le sue sorprese, le sue amarezze, ti destina al di là dei tuoi desideri?
  • Perché, per godersela, bisogna fare progetti?
  • Queste cose le lascio ai filosofi, a coloro che non hanno niente a cui pensare. Guardiamo alla vita pratica, non alle teorie

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Sono i pezzi pregiati di un campionario molto più ampio. Ci sarebbe molto da dire su queste obiezioni e la mentalità che rispecchiano. Su un punto però devo riconoscere ai “detrattori” un po’ di ragione. I nostri sono tempi non più particolarmente predisposti ai progetti di vita di ampio respiro.  Meglio parlare di “senso progettuale”. Mi spiego.

Quando la vita era: formazione, lavoro e pensionamento

Quando (fino a circa 15 anni fa) Il contesto sociale ragionava sulla rigida tripartizione della esistenza personale (formazione/lavoro/pensionamento) pensare a una progettualità che tenesse dentro decenni di vita poteva essere un fatto scontato, inevitabile (esisteva il “lavoro della vita”, quello che ci accompagnava dalla fine della scuola fino alla pensione).

In questo paradigma c’era una sostanziale coincidenza fra pensionamento e vecchiaia. Quasi sinonimi. Centrale in questa prospettiva era la scontata perdita un ruolo sociale (l’identità lavorativa ha un impatto molto forte nella costruzione della identità sociale), l’essere posti in automatico dentro un processo di declino lento e socialmente invisibile/irreversibile.

Precarietà e progetto di vita, una chimera?

Il progetto tocca una epoca di vita ben precisa, visibile, che ha una sua specifica collocazione. Oggi, in piena epoca della precarietà, della flessibilità e dei cambiamenti repentini, della crisi, dell’incertezza diffusa, possiamo considerarlo qualcosa di chimerico. Questo cambiamento di scenario ci porta a dire che pensionamento e vecchiaia oggi sono nettamente separati (a tendere, con l’innalzamento della pensione, i due probabilmente si incontreranno di nuovo).

La vecchiaia ha assunto risonanze soprattutto sanitarie (comincia con la propria corporeità in decadenza, che obbliga a riformulare in continuità la propria autonomia e quindi rivedere il “sentito” con la propria identità). Il pensionamento è sempre dentro una perdita di ruolo, ma viene visto ormai come un “accadimento fra altri”, non si identifica più (come prima) con l’acquisizione (desiderata o subita) di un definitiva nuova condizione sociale, codificata e socialmente ben confezionata, che da sola “ridefinisce” un pezzo di esistenza.

E’ facilmente più percepito come condizione (oggi si dice di più “sono in pensione” e meno “sono pensionato”). Come dire “io sono oltre e di più” di questa condizione, non arriva a riformulare integralmente la mia identità, indipendentemente da me. Passaggio non da poco.

Oggi il pensionamento non è più una condizione di vita

Insomma: oggi il pensionamento non è più legato ad un’età, non è più accettato come rappresentazione della condizione della esistenza individuale, non è più una “condizione di vita”. Non è qualcosa di scontatamente “subito”. Non è più la “pensione” a definirmi, ma io che cerco di dare a questa fase di vita, che tiene dentro anche il pensionamento, un senso.

C’è insomma in giro disponibilità (non sempre la voglia) a ripensarsi e  “riqualificarsi”. Con un approccio che “rompe” con il passato: difficilmente è complessivo ed immersivo (ovvero che tenta di abbracciare un’intera fetta di vita che ancora ci aspetta), quanto trasformato in una propensione ad affrontare/partire da problemi concreti (lavoro, rapporti famigliari…), che ovviamente lasciano sullo sfondo, ma non abbandonano assolutamente aspetti più profondi e intimi della propria esistenza. Come dire: siamo più disposti a tante piccole scelte, piuttosto che a scelte di lungo periodo.

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Quindi: se ci sta a cuore lo star bene con noi stessi e con gli altri, con i tempi che corrono (è proprio il caso di dirlo) non è “guardando oltre” che possiamo costruire qualcosa (il “progetto”), quanto rivolgendoci al presente e al futuro che sta immediatamente bussando alla porta, provando ad attivarci sulla domanda “che cosa posso fare ora?”. Non più “che cosa farò”, ma “che cosa adesso faccio”.

Io questo lo chiamo “senso progettuale”, cioè la consapevolezza di poter dare comunque una direzione di senso al proprio tempo, pensando il futuro come “estensione” del presente, sapendo che in questo spazio sono sempre presenti (o pronte ad aspettarci) le risorse che ci possono aiutare a star bene. Comunque.

Su questo approfondiremo.

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