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Separazione: si può prevenire?

Separazione come ci si arriva e come lo si può evitare

Una telefonata improvvisa. Un vecchio amico, con la voce che sa di disfatta emotiva, mi bisbiglia “mi separo da mia moglie”. Immenso stupore, e non solo perché non me ne aveva mai parlato. Li conosco entrambi dai tempi dell’oratorio: sempre appiccicati, inseparabili, inossidabili. 40 anni di vita insieme e più fra fidanzamento e matrimonio. Ho cercato di capire. Ma niente: lui è inzuppato di depressione, lei prende i calmanti per riuscire a dormire. La risposta di entrambi? Stringo: non ci vogliamo più bene, la sua presenza era ormai insostenibile. Proprio così: insostenibile.

Separazione: come possono due persone arrivare a tanto?

Come? Credo sia inutile cercare la risposta. Mille spiegazioni possibili non ci aiuteranno mai a capire veramente il profondo malessere di entrambi.

 

 

Con una relazione così profondamente corrotta, l’unico pensiero è “tirarli fuori” da lì. Curare è troppo tardi: in amore “mettere una pezza” ha poco senso. La cronicità non è né prevista né consentita. E’ semplicemente devastante.

Mi chiedo: c’è modo almeno di non “arrivare lì”?

Difficile la risposta. Ma una cosa possiamo certamente fare: diffidare dal silenzio, dal “mandare giù” per l’altro. Il sacrificarsi per l’altro, al di fuori di una condizione di malattia, di dispersa autosufficienza, genera quello che io chiamo l”effetto condensatore”. Si accumula, si accumula, finchè il proprio risentimento sbotta, tutto ed improvvisamente. E son dolori. Per tutti e due.

Parlarsi, dirsi le cose che non piacciono. Senza accusare e senza contrattaccare. Lasciando fuori il gioco del “di chi è la colpa”. Siamo abbastanza grandi (penso) per andare oltre gli insulti, i rancori (perché continuare a coltivarli?). Per dirsi con chiarezza di quei pezzi di relazione che sono malati. Che fanno star male tutti e due. Mai uno solo.

Ascoltare, accogliere la sofferenza dell’altro, piccola o grande che sia. Evitando quella terribile risposta “si, però anche tu..”. Non è incrociando le proteste sul comportamento dell’altro, cedendo allo sfogo, che si riesce a ripulire la relazione, a stringere di nuovo le viti allentate.

 

 

I piatti che volano sono sempre solo piatti che si rompono. Ma il problema resta sempre lì. La fatica di ascoltarsi, ecco quello che manca, sentire le ragioni dell’altro. Non dare per scontato, evitando commenti tipo “da che pulpito viene la predica”.

Se preferiamo invece alimentare il condensatore di cui dicevo prima, allora sotto con l’accanimento sulle colpe. Funziona benissimo. E fate la scorta di piatti.

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