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Pedagogia Speciale: strategie pedagogiche e demotivazione

Pedagogia Speciale strategie pedagogiche e demotivazione

Pedagogia Speciale: strategie pedagogiche e demotivazione – La didattica per inclusione deve proporre attività formative motivanti

Continua il percorso di riflessione sulla pedagogia speciale. Il successo e la realizzazione di sé e del proprio progetto di vita abbiamo visto come siano i primi motivatori per il processo di apprendimento. Articolo precdente: [Pedagogia speciale: la motivazione e il bambino speciale]

Adolescenza: età delle contraddizioni

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L’adolescenza si connota come l’età delle contraddizioni, quella in cui nel percorso per diventare adulti indipendenti in realtà ancora si dipende dagli altri: successi e insuccessi si alternano con una tale velocità che non sempre vengono colti come momenti formativi di crescita ma solo come ostacoli di vita. Questo si accentua soprattutto nei ragazzi più fragili e tra questi collochiamo i ragazzi con disabilità, i BES. Ricordate la denominazione? Bisogni Educativi Speciali che indicano quei ragazzi accomunati agli altri per i bisogni, che sono di tutti, e i modi che, invece, devono essere speciali.

Nel processo di inclusione, per evitare la demotivazione è necessario proporre un’attività formativa motivante e non minacciosa: il bambino si motiva se ritiene di poter raggiungere risultati positivi, per cui è fondamentale impegnarsi in compiti per cui si possa immaginare con anticipo un esito positivo. Una delle più immediate modalità è proporli in modo attraente, ponendo come punto di forza le effettive capacità del discente e suddividendo il compito in meta obiettivi, sintetizzando i passaggi che si dovranno fare:

E’ compito dell’educatore farlo arrivare a questa sintesi, perché per i bambini con disabilità è importantissimo essere coinvolti nel processo di autovalutazione personale al fine di fornire loro autostima.

Come si può conquistare l’autostima?

Abbiamo già accennato, in relazione all’importanza dell’autostima come primissimo motivatore, al valore di mantenere elevata la possibilità di perseguire esiti finali positivi. A questo possiamo aggiungere quello di sottolineare e dimostrare le ragioni e i vantaggi dell’apprendimento; ancora dobbiamo dare un significato alle proposte didattiche facendo cogliere al ragazzo che investiamo su di lui: se sente che qualcuno crede in lui è, infatti, più motivato ad impegnarsi e con il tempo ricambia l’investimento fatto.

La classe luogo di lavoro per la pedagogia dell’accoglienza

La pedagogia dell’accoglienza presuppone il lavorare in una classe, che questa sia un ambiente di apprendimento e non solo un’aula e questo permette di dare un valore aggiunto alla didattica inclusiva, coinvolgendo i compagni: il senso di appartenenza, l’assenza di pregiudizi fanno lavorare con serenità. Contemporaneamente dobbiamo promuovere un clima relazionale d’intensa affettività: bisogna sollecitare alla sensibilità verso le emozioni proprie e altrui, siano esse individuali o di gruppo,far sì che ne parlino, anche se non riescono a verbalizzarle. Se non c’è serenità sul piano affettivo, non si impara.

Vorrei, come sempre, far notare quanto un bambino con disabilità sia esattamente come un bambino affetto da normalità: gode decisamente delle stesse esigenze in quanto nessuna lezione potrà essere seguita con successo se la classe non è serena. Sarebbero parole perse nella difficoltà emotiva che stanno vivendo in quel momento e per questo risulterebbe svolta dal docente come da programma, ma non recepita dai ragazzi. Certo che il presupposto è avere dei docenti in grado di comprendere le persone che devono far crescere e di cui hanno un’immensa ma impagabile responsabilità: finché restano aridamente solo dei cognomi abbinati a un numero di registro e il terrorismo psicologico diventa l’unica arma per fare una demotivante selezione e distruggere la già fragile autostima di un adolescente… Ma per fortuna non tutti sono così e c’è chi è orgogliosamente diverso.

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