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Malattie del Benessere: Capitolo 1 La filosofia del dopo

Malattie del Benessere: Capitolo 1 La filosofia del dopo

Inizio con questo articolo una serie di considerazioni su quelle che potremmo chiamare “malattie del benessere“. Parleremo dunque di comportamenti o atteggiamenti che ci allontanano da uno stato di benessere. In particolare in questo primo “Capitolo” dedicato all’argomento affronterò la “Filosofia del Dopo“, quell’eterno rimandare le cose che causa non pochi problemi.

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Dopo la lunghissima premessa, fatta  negli articoli precedenti, che io considero la “cornice” significante di tutto quello che qui sarà possibile leggere (per chi ne avrà infinita pazienza..), credo che sia ora opportuno un “bagnetto di realtà”. Ovvero provare ad entrare finalmente nel ginepraio della vita quotidiana, nei comportamenti che scandiscono la nostra vita nel “qui ed ora”. Per raccontare quelle che io considero le principali “malattie del benessere”, ovvero quei comportamenti, quelle “forme di pensiero” che, lo si voglia o no, ci portano lontano dal costruire un sano (e per sanità intendo qualcosa di scelto da noi per noi)  benessere. Alcune questioni sulle quali siamo contemporaneamente cecchini e vittime.

Quanto ci facciamo male da soli…

Proviamo a raccontarli. E, mi auguro, con questo, di aiutarvi a mettervi davanti allo specchio. Serve.

La filosofia del ritardo

Cominciamo con la filosofia del ritardo. Conosco una persona, e credo di conoscerla molto bene, che ha una caratteristica unica. Quando si tratta di decidere “che cosa fare”, lei è sempre sul “dopo” e mai, e poi mai sull’ “adesso”. La dimensione dell’adesso è una fase sospensiva, di attesa, di vuoto, di “pausa” (parola a lei tanto cara), prima di quel che “tra poco” farà. La sua vita è un continuo prendere tempo per fare dopo. Il tempo è come un contenitore indefinito, senza dimensione, espandibile a piacimento, dove collocare questo “dopo”. Anzi, più in là è, meglio è.

Tutto nasce dalla falsa speranza che il “dopo” sarà migliore e diverso

Ogni richiesta di “esserci” è come se il demone del “dover essere” volesse impadronirsi della sua vita, annichilire la sua libertà. E lei, fiera del suo “dopo”, pensa così non solo di difendersi, ma di averla vinta. “Dopo ci penso”: uno slogan che sa di liberazione. Si spera che il “dopo” sarà migliore e diverso. E’ il pensiero magico che riemerge: c’è l’attesa, implorante, per questo “dopo”.  Che arriverà con messianica potenza, e dissolverà finalmente ogni difficoltà. Dopo. Quando non si sa. Come sarà non si sa. Ma ci sarà.

Così facendo diventiamo dei killer dello star bene

Io credo che questo sia solo uno degli infallibili modi per non stare bene. Anzi, si diventa spietati killer del proprio star bene. Immaginate di calare questo nelle relazioni quotidiane: che cosa ne esce? Il buon senso comune la cataloga come persona “indecisa”. Il suo “si” sa di precario, di non affidabile (sugli appuntamenti è un disastro, i ritardi o le cancellazioni non si contano).  E’ una persona che “dice poco”, perché “non è ancora arrivata”, è incompiuta, sfuggente. E’ destinata all’isolamento, perché “non c’è mai”. Ha mille motivi, giustificati, per agire così. Certo, però “non c’è mai”.

Ah, dimenticavo. Questa persona fugge nel “dopo” perché l’”adesso” è scandaloso, difficoltoso, fonte di rabbia e risentimento magari. Nulla è come lo si vorrebbe.

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Potrebbe essere l’anticamera della depressione. Difficile uscirne. Perché in tutto questo manca l’idea di “costruzione”. Va bene il “dopo”, l’“adesso” che non soddisfa. Ma nulla accade per caso. Se abbandono la mia decisionalità, ciò che accade intorno a me sarà frutto della decisione di qualcun altro, e i frutti degli accadimenti saranno a favore di qualcun altro, non per me. Il “buon cuore” è merce molto rara, a questo dobbiamo appellarci per “stare meglio”?

Pensando ad un progetto per sé: per costruirlo bisogna decidere. Darsi un risultato atteso, stabilire come arrivare, dare una configurazione al proprio agire. Se questo manca, quel “dopo” sarà inaspettato, in ogni senso. Ma ne vale la pena? Basterebbe così poco: solo chiedersi che cosa voglio in quel “dopo”. E come posso fare perché io possa arrivarci?  Si, si, ho capito..adesso no, ma dopo, dopo ci pensi….

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