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ICT, ecco lo stato dei finanziamenti in Italia

Piccoli segnali di miglioramento ci sono, ma rispetto ad altri Paesi come la Germania l’Italia resta ancora indietro. Parliamo di tecnologia e finanza, e per la precisione di investimenti in aree come Ricerca e Sviluppo, fondi per le Start Up e infrastrutture digitali, analizzando i dati presentati da Anitec e Invitalia.

Gli investimenti italiani

A livello generale, nel nostro Paese si spende circa l’1 per cento del Pil in R&S, mentre in Germania la quota è tripla; eppure, nel decennio tra il 2004 e il 2014 la spesa in attività di ricerca e sviluppo nel nostro Paese è cresciuta complessivamente del 31 per cento, e nello stesso periodo anche le imprese hanno investito nel settore, che ha conosciuto un incremento del 52 per cento.

La spesa per l’ICT

Focalizzandoci in particolare sul settore Ict, l’incidenza sul fatturato sale al 2,3 per cento, mentre quella sul valore aggiunto passa al 5,3 per cento; allargando il campo, la spesa nazionale in R&S delle aziende del settore ICT rappresenta con 2.120.266 euro oltre il 21 per cento del totale degli investimenti intra-muros compiuti dalle imprese in tutti i comparti.

Un Paese ancora in ritardo

Come dicevamo, ci sono dunque segnali positivi, ma la situazione sulla digitalizzazione del nostro Paese fotografata dall’ultimo indice DESI (ovvero il Digital Economy and Society Index della Commissione Europea) testimonia un processo ancora in fase arretrata, ponendo l’Italia al 25° posto della classifica europea, ovvero quartultimo sui Paesi presi in esame.

Accompagnarsi verso l’innovazione

Già da quanto scritto si evidenzia dunque la necessità di migliorare le condizioni per garantire gli investimenti nella trasformazione digitale e nelle attività di ricerca e sviluppo, che saranno sempre più fondamentali negli scenari dell’Industria 4.0 che promette di rivoluzionare il sistema produttivo mondiale e anche italiano. E che sottolineano anche l’importanza di affidarsi ad aziende serie per accompagnare il proprio progetto innovativo, scegliendo chi opera sul Web e ne Web da anni, come Flamenetworks, una delle principali compagnie per consulenza Ict in Italia.

Abilitarsi alla trasformazione digitale

Tornando agli aspetti più positivi da cui ripartire, sembra che l’Italia stia puntando comunque sui fattori abilitanti alla trasformazione digitale, a cominciare dal numero di brevetti presentati: nel 2016 sul territorio del Belpaese sono stati registrati 4.166 brevetti, quota lontanissima da quella di Regno Unito (5.142), Paesi Bassi (6.889), Francia (10.486) e soprattutto dai 25.086 della Germania. Eppure, l’incremento tricolore (4,5 per cento rispetto all’anno precedente) è stato il secondo maggiore di tutto il Vecchio Continente; inoltre, esaminando solo il settore Digital Communications l’attività brevettuale italiana è cresciuta del 17 per cento.

Sguardo all’Europa

Per quanto riguarda i soli investimenti finanziari, nel 2015 (ultimo anno di cui è possibile avere i dati nazionali), l’Italia destinava l’1,33 per cento del proprio Prodotto Interno Lordo in spesa in Ricerca e Sviluppo, quarto risultato a livello europeo, dietro solo a Regno Unito (poco oltre l’1,5 per cento), Francia (due punti percentuali) e Germania, che guida la classifica col 3 per cento di Pil. Interessante però scoprire come l’Italia dia all’Europa più di quanto riceva in finanziamenti: il nostro Paese contribuisce infatti per oltre 14,23 miliardi di euro al bilancio Ue, ma riceve “solo” 12,34 miliardi di finanziamenti; in questo caso, la quota per R&S è ovviamente ancora più bassa, vicina all’8,5 per cento, mentre il Regno Unito supera il 21 per cento e la Germania il 17, con una media continentale del 10 per cento.

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