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Disagio giovanile e legalità. Non ci sono ragazzi cattivi ma giovani a rischio

Disagio giovanile e legalità. Non ci sono ragazzi cattivi ma giovani a rischio

Disagio giovanile e legalità. Non ci sono ragazzi cattivi ma giovani a rischio: preoccuparsi per loro non basta, bisogna, invece, occuparsi di loro.

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La fragilità dei giovani, oggi, si esprime con forme non sempre evidenti di disagio: storie drammatiche di incomprensioni, di malessere taciuto o sottovalutato possono portare a gesti estremi. Ogni anno, in Italia, 500 ragazzi tra i 16 e i 20 anni si tolgono la vita perché incapaci di affrontarne i suoi ostacoli, le difficoltà e a volte le sue delusioni. Giovani fragili che, con i loro gesti disperati e inquietanti silenzi che diventano grido d’aiuto troppo tardi, riempiono drammaticamente le pagine di cronaca dei nostri giornali e che inducono a riflettere. Tanti, troppi anche i ragazzi che scelgono l’illegalità in quanto vista come una scorciatoia, una strada più semplice da percorrere perché incapaci, o non abituati, a riflettere sulle conseguenze delle loro azioni.

Un’occasione per proporre una pausa di riflessione a riguardo è stata fornita oggi, nell’Auditorium del Santuario di Saronno, agli alunni della scuola secondaria di secondo grado Istituto Prealpi con il secondo appuntamento del progetto Scuola- Famiglia sul tema della legalità “Non sono ragazzi cattivi. Legalità e disagio giovanile”. Il relatore don Claudio Burgio, direttore dell’Associazione Kayors O.N.L.U.S. per minori in comunità e cappellano da 12 anni del carcere minorile Beccaria di Milano, ha ipnotizzato e ammutolito 300 ragazzi con la sua testimonianza diretta sugli ospiti delle sue comunità e del carcere, presentato non come un punto di arrivo, ma come quello di partenza per giovani che lì vengono riabilitati alla vita.

I carceri minorili, in Italia, sono 17 e al Beccaria attualmente sono presenti 60 giovani maschi tra i 14 e i 18 anni, colpevoli, in ordine numerico di presenze, di furto, reato contro il patrimonio; di rapina, reato contro una persona; spaccio; 5 di omicidio ma viene fatto notare come non sia il reato più diffuso. Compito del Magistrato all’atto dell’arresto, decidere se avviare un processo ma senza detenzione; se chiuderli in comunità in misura cautelare in attesa del processo; se incarcerarli,tenendoli in custodia cautelare.

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Don Burgio, mentre racconta di situazioni devastanti e di come siano vittime loro stessi di mafie che grazie a loro fanno grandi affari, vuole far riflettere, nel poco tempo a disposizione che certo non esaurisce gli argomenti ma getta le basi per approfondimenti personali e che sicuramente verranno fatti in ambito scolastico, l’attenta platea su un duplice aspetto: da una parte sulle conseguenze che ogni nostra azione ha; dall’altra sull’importanza dell’adulto come punto di riferimento.

Coprire e proteggere non è aiutare i ragazzi. Non voler vedere, essere compiacenti non è stargli vicino.È indifferenza. Meglio lo scontro con i genitori, aggiunge ancora, perché vuol dire preoccuparsi ma soprattutto occuparsi dei figli. Lascia i ragazzi con una domanda enorme, che non avrà trovato risposta oggi ma che avrà stimolato una presa di posizione e, dunque, la riflessione importantissima che deve avvenire, però, prima di compiere le azioni, non dopo: “Tu che amico sei, come imposti i rapporti con gli altri?”.

In una società di apparenze, di consumismo, di manipolazioni , di facili seduzioni in cui far vedere è più importante che essere, occorre responsabilità e rispetto per se stessi e per gli altri. Il carcere minorile non etichetta ragazzi cattivi ma riabilita ragazzi che si comportano come tali. La differenza è dunque chiarissima: trovare adulti che siano di riferimento, la riflessione che la solitudine di un carcere induce a fare nelle lunghe notti insonni isolati dal mondo a guardare il soffitto, i legami di vera amicizia e solidarietà che scattano all’interno della struttura sono fondamentali perché si possa crescere, riscattarsi pienamente e cambiare. Diventare adulti che HANNO CAPITO.

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