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De-estinzione: una nuova possibilità per tornare “indietro nel tempo”

de-estinzione, tornare indietro nel tempo riportando in vita specie estinte

Quanti di voi hanno sognato di veder realizzato ciò che è stato dapprima raccontato nel romanzo di Michael Crichton e poi proiettato sul grande schermo con il film di Steven Spielberg “Jurassic Park”? Penso che in molti siano sempre stati affascinati dall’idea di riportare in vita dinosauri vissuti migliaia di anni fa ed avere la possibilità di vederli aggirarsi fra di noi. Ebbene, grazie alla tecnologia CRISPR/Cas9, che è stata descritta nel precedente articolo  della mini-serie sulla nascita e l’estinzione di una specie, tutto sembra essere magicamente possibile. Ma come? Vi starete chiedendo. Il tutto sarebbe reso possibile secondo quello che è stato definito come il processo di de-estinzione, tramite il quale specie vissute in anni passati e ormai estinte potrebbero tornare in vita. In questo breve articolo, vedremo quali sono stati i tentativi finora effettuati e quali sono andati a buon punto fino a questo momento.

La de-estinzione è una possibilità reale?

La risposta a questa prima domanda è senza ombra di dubbio sì. In realtà, però, il primo risultato non è stato ottenuto con la tecnologia CRISPR/Cas9 ed ha riguardato la generazione di un clone di Celia, un esemplare femmina di bucardo morto in seguito alla caduta da un albero che ha segnato la fine per questa specie di stambecco iberico selvatico.

de-estizione possibile grazie alla tecnologia CRISPR/Cas9: un esempio è la Celia, un esemplare femmina di bucardo
Celia, un esemplare femmina di bucardo

Il 30 luglio del 2003 rappresenta non solo il giorno in cui è nato questo clone, ma anche il giorno in cui, per la prima volta nel corso della storia scientifica, è stato riportata in vita una specie animale ormai estinta. Purtroppo, anche a causa dei problemi inerenti alla tecnica utilizzata per la generazione del clone, la quale si basava sul trasferimento del nucleo di una cellula di Celia all’interno di una cellula uovo non fecondata di stambecco con lo scopo di impiantarla nel grembo di una capra viva, il clone è vissuto solo per sette minuti a causa di difetti polmonari. Nonostante l’esperimento non sia andato a buon fine, la situazione appena descritta mostra come la de-estinzione non sia soltanto finzione, ma un processo a tutti gli effetti fattibile ed attuabile.

De-estinzione: il progetto di Church sul mammut lanoso e altri esempi

Diversi sono stati i progetti sulla de-estinzione finanziati dopo la nascita del clone di Celia. Un primo esempio che sembra essere il più concreto è il progetto portato da George Church, biologo della Harvard University, il quale ha utilizzato la tecnica CRISPR/Cas9 per trasferire tre geni, legati alla produzione di emoglobina, modificati per renderli simili a quelli del mammut lanoso, all’interno delle cellule dell’elefante asiatico. Lo scopo di questo progetto non è esattamente ottenere una copia del mammut lanoso, ma semplicemente modificarne la genetica dell’elefante asiatico di modo da renderlo più resistente al freddo.

Un altro esempio di processo di de-estinzione: il mammut lanoso
Mammut Lanoso

Ma se le nuove tecniche di modifica del genoma permettessero agli scienziati di progettare la ricostruzione di tutte le altre caratteristiche del mammut lanoso? A quel punto, la de-estinzione potrebbe essere ancor più reale e portare al primo effettivo risultato. I ricercatori, infatti, hanno trovato cellule di mammut lanoso conservate nel permafrost, per cui se riuscissero a recuperarne il DNA intatto, potrebbero modificare il genoma dell’elefante asiatico per ottenere un primo ibrido che nascerebbe da un’elefantessa asiatica e una cellula modificata ad hoc per contenere le informazioni genetiche del mammut.

Ma potrebbe quest’ibrido essere considerato un mammut vero e proprio? La risposta è difficile da dare con estrema certezza, perché bisognerebbe osservare il passare delle generazioni e vedere quello che accadrebbe. Il caso di Celia e del mammut lanoso, però, rappresentano soltanto due degli esempi delle specie estinte che si sta cercando di riportare in vita. Un altro candidato è rappresentato dal moa, un nome che in realtà indica un insieme di specie di grandi uccelli incapaci di volare che popolavano la Nuova Zelanda fino al 1500 circa.

Moa: un altro progetto di de-estinzione per riportare in vita un insieme di uccelli della Nuova Zelanda
Moa: specie di grandi uccelli incapaci di volare – Nuova Zelanda fino al 1500 circa.

Un altro esempio è Rheobatrachussilus, una particolarissima rana dichiarata estinta intorno alla metà degli anni ’80. Il progetto legato a questo anfibio, portato avanti nella University of Newcastle, ha già visto l’ottenimento dei primi embrioni che si sono però sviluppati solo per alcuni giorni.

Rheobatrachussilus, una particolarissima rana dichiarata estinta intorno alla metà degli anni ’80
Rheobatrachussilus, rana dichiarata estinta intorno alla metà degli anni ’80

Diversi sono quindi i progetti che si sta cercando di portare avanti; riportare in vita specie ormai estinte da tempo sembra stia diventando via via realtà.

De-estinzione: quali sono i reali vantaggi e quali le perplessità a riguardo?

Sembra difficile immaginare che un processo così innaturale come la de-estinzione possa avere dei reali vantaggi per il nostro pianeta, ma in realtà sono diversi gli aspetti da tenere in considerazione. Le specie riportate “in vita” tramite questo processo devono avere determinate caratteristiche prima di essere candidate per la loro rinascita.

In primis, è necessario che svolgano un ruolo cruciale nel loro habitat e che dalla loro presenza dipenda la sopravvivenza di altre specie; ad esempio, nel caso dei moa, la presenza di questi animali sembra essere essenziale per la riproduzione di diverse specie di piante neozelandesi, in quanto ne disperdono i loro semi. Da quando i moa si sono estinti, le piante stanno riuscendo a fatica a garantire la loro sopravvivenza.

Un altro aspetto da tenere in considerazione sono le migliorie che il reinserimento di una specie potrebbe apportare ad un determinato ecosistema. Nel caso del mammut lanoso, ad esempio, gli ibridi generati da Church potrebbero essere utili nella salvaguardia della tundra e nella prevenzione del surriscaldamento globale attraverso l’ingegnerizzazione della cattura della CO2.

Come visto, quindi, così come l’estinzione di una specie rappresenta sempre un effetto deleterio per un certo ecosistema, la reintroduzione di una specie potrebbe essere un evento estremamente importante per la salvaguardia degli ecosistemi e della biodiversità del nostro pianeta.

Ma ci sono solo aspetti positivi nella de-estinzione?

La risposta è no perché ci sono altri aspetti da prendere in considerazione. Quello principale è legato al fatto che queste specie presenterebbero un elevato rischio di estinguersi di nuovo, visto che avrebbero a che fare con condizioni ambientali e con specie non esistenti al momento della loro scomparsa; inoltre, sempre per quest’ultimo motivo, come possiamo essere certi che non entrerebbero in competizioni con altre specie con cui non avevano interagito in passato? Come possiamo essere sicuri che non diano origine a fenomeni di parassitismo, predazione o a qualsiasi altro effetto negativo? Purtroppo i dubbi sono ancora tanti ed è difficile dare una risposta definitiva.

Il problema principale, però, è stato sottolineato da Joseph Bennett della CarletonUniversity di Ottawa, il quale ha fatto due conti su quelli che sarebbero i costi degli interventi di de-estinzione. Ebbene, per quanto riguarda la situazione in Australia, i soldi necessari per la difesa di 5 specie da poco scomparse assorbirebbero le risorse necessarie a preservarne 40 a rischio di estinzione. Per quanto quindi il processo di de-estinzione sia per molti versi affascinante e potrebbe potenzialmente portare a degli effetti positivi per il nostro pianeta, forse è il caso di fermarsi e di riflettere ancora un po’ sulla sua utilità.

 

 

 

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