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Comprendere la sperimentazione animale

Comprendere la sperimentazione animale: spunti di riflessione sul tema, soprattutto per chi si definiscine, in linea di principio, “contrario alla sperimentazione animale ”

Nell’articolo troverete spunti di riflessione per la maggior parte delle persone, soprattutto per quelle che si definiscono, per linea di principio, “ contrarie alla sperimentazione animale ”

L’impiego degli animali a scopo biomedico è una pratica con una storia molto lunga e da sempre legata alla necessità dell’uomo di ottenere informazioni utili in ambito anatomico, comportamentale, fisiologico e patologico per il progresso della scienza. Oggi, per sperimentazione animale si intende l’insieme delle procedure sperimentali che prevedono l’impiego di animali da laboratorio a fini scientifici mirati ad ottenere informazioni in un modello biologico complesso. Già nella definizione stessa della pratica è insita la spiegazione del perché, purtroppo, non è ancora possibile abbandonare del tutto questo tipo di procedura. Eh sì, poiché, come cercherò di farvi capire in questo breve articolo puramente descrittivo e, per usare un termine inglese, “thought-provoking”, non è nell’interesse di nessuno continuare a utilizzare animali da laboratorio, dato che, come viene spesso supposto e criticato, nessuno ci guadagna dal loro utilizzo, in quanto l’acquisto e il mantenimento di questi animali rappresentano per gli istituti e le università che li utilizzano un costo veramente alto, di cui si farebbe volentieri a meno.

Com’è la situazione in ambito legislativo?

Ma andiamo con ordine… attualmente in Italia viene applicato il decreto legislativo 26 del 4 marzo 2014 che rappresenta l’applicazione della direttiva 2010/63/UE sulla “protezione degli animali utilizzati a fini scientifici”. Questa direttiva ha introdotto alcune importanti novità rispetto alla precedente legge targata 1993, tra cui cito solamente:

• divieto di utilizzo di animali appartenenti a specie in via di estinzione, di primati non umani prelevati dal loro habitat naturale e di randagi delle specie domestiche

• evitare come punto finale di una procedura la morte dell’animale, ma porre altri end-point

• liberazione o reinserimento degli animali al termine della procedura (se possibile)

• presenza costante di un veterinario in ogni laboratorio

• periodiche ispezioni da parte di organi competenti

• incentivazione della ricerca nell’ambito dei metodi alternativi

L’elenco in realtà sarebbe estremamente lungo, ma questi punti, che si vanno ad aggiungere alla già precedente impossibilità di effettuare esperimenti senza anestesia, a scopo didattico e che causino forti dolori o privazioni, bastano a far capire che la ricerca si sta sempre più muovendo nell’applicazione di un principio, noto come “Principio delle 3R”.

Su cosa si basa il “Principio delle 3R”?

Questo principio si basa sull’attuazione di 3 concetti fondamentali:

• “Replacement”: identifica la sostituzione, quando possibile, degli animali con materiali biologici di minore complessità, come batteri, colture cellulari, organi isolati, colture in vitro o modelli computerizzati

• “Reduction”: implica la maggior riduzione possibile del numero di animali usati per un particolare esperimento pur conseguendo gli stessi risultati

• “Refinement”: si riferisce alla ricerca di procedure sperimentali sempre più specifiche in grado di ridurre al minimo la sofferenza e lo stress causato agli animali

Come si può vedere, quindi, l’interesse primario è quello di cercare di migliorare il più possibile le condizioni di vita degli animali utilizzati e limitarne al minimo l’utilizzo.

L’Italia rischia però una sanzione da parte dell’UE

Uno dei problemi principali della legge entrata in vigore nel 2014 in Italia, però, è legato al fatto che il nostro Parlamento ha apportato delle modifiche alla direttiva europea che hanno profondamente colpito la ricerca italiana. Nel testo legislativo, infatti, compare la cosiddetta “norma anti Green Hill”, la quale vieta l’allevamento nel nostro paese di cani, gatti e primati per scopi di ricerca; conseguenza, abbastanza evidente, del caso legato all’allevamento nel territorio bresciano preso d’assalto più e più volte da attivisti contrari alla sperimentazione animale.

Ora, quello che non si riesce a capire nell’applicazione di questa norma è il reale scopo, in quanto l’unica effettiva conseguenza sarebbe l’importazione di questi animali da territorio estero (visto che la legge non ne vieta l’utilizzo) con conseguente aumento dei costi della ricerca e maggiore rischio degli animali dato che il loro trasporto è una delle fasi più pericolose. Alcuni esponenti delle associazioni animaliste hanno però dichiarato che il loro scopo sarebbe quello di rendere talmente difficile e costosa la sperimentazione nel nostro paese da spingere i laboratori e i ricercatori a lasciare l’Italia… ora vi chiedo… sarà stata una mossa corretta? È stato realmente posto al primo posto il “benessere degli animali”? A voi l’ardua sentenza… Purtroppo, però, le restrizioni della legge italiana non si sono fermate qui, in quanto è stato posto un divieto anche agli xenotrapianti (trapianti di organi da una specie all’altra) e all’uso di sostanze d’abuso. In questo caso, l’unica spiegazione possibile è quella emotiva, ma le conseguenze potrebbero essere molto gravi, soprattutto per quanto riguarda le sostanze d’abuso, visto che verrebbero bloccati interi anni di studi che hanno già dato importanti risultati e altri possibili studi futuri in un campo dove ogni anno ci troviamo a fronteggiare l’introduzione di nuovi composti i cui effetti potrebbero restare del tutto ignoti e contro i quali non avremmo alcun tipo di soluzione.

È realistico pensare a una ricerca senza animali?

La risposta a questa domanda potrebbe sembrarvi di parte e scontata, ma purtroppo non è ancora possibile rinunciare del tutto all’uso degli animali in ambito scientifico, data la reale mancanza delle tanto acclamate “metodologie alternative”, che allo stato attuale non permettono di riprodurre del tutto la complessità di un organismo biologico intero. Solo alcune, come il test di emolisi in vitro o il test dei pirogeni attivi, sono oggi accettate dalla comunità scientifica, ma per la stragrande maggioranza dei casi non esiste ancora nessuna tecnica alternativa valida. Purtroppo, non sappiamo ancora tutto ciò che riguarda i processi biologici di un organismo complesso… bisogna fare ricerca!

Come si può indurre al ragionamento sulla sperimentazione animale?

Vorrei concludere questo articolo spiegando alcuni concetti che mi auguro possano essere dei buoni spunti di riflessione per la maggior parte delle persone, soprattutto per quelle che si definiscono, per linea di principio, “contrarie alla sperimentazione animale”. Prima di tutto vorrei rassicurarvi sul fatto che la “vivisezione” e la “sperimentazione animale” sono due concetti completamente diversi e in nessun modo correlati fra loro, visto che il primo fa riferimento a una pratica obsoleta che da molti anni è stata del tutto abbandonata perché non più considerata idonea alla ricerca. Successivamente, vorrei darvi alcuni numeri… nel 2008 sono stati usati 12 milioni di animali (di cui l’80% circa rappresentato da roditori e lagomorfi) per un totale di circa 0,16 animali per ogni cittadino europeo all’anno; però, se andiamo ad analizzare i dati inerenti all’ambito alimentare, nello stesso anno, in Italia, sono stati uccisi 60 milioni di animali per un totale di 10 animali per ogni cittadino italiano… forse stiamo guardando la questione dal punto di vista sbagliato? Infine, un’ultima riflessione a me molto cara… oggi abbiamo raggiunto un livello di progresso e benessere grazie a ciò che la scienza fa per noi costantemente ogni giorno. Nel 2017, abbiamo mai avuto a che fare con il vaiolo? Rischiamo ancora di morire per un semplice raffreddore? Possiamo pensare di sopravvivere a condizioni in cui la selezione naturale avrebbe fatto il suo corso? Tutto ciò che noi sfruttiamo senza farci assolutamente caso quando stanchi dal lavoro decidiamo di farci un bel bagno, quando portiamo il nostro cane dal veterinario, quando apriamo una scatoletta di cibo per gatti da dare al nostro “Fluffy” o quando facciamo vaccinare nostro figlio è frutto di anni di studi e purtroppo di animali sacrificati per questo scopo. Ora, non è nel mio interesse modificare in modo coatto le vostre opinioni, ma forse è il caso di riflettere su ciò contro il quale si è deciso di scagliarsi per poter passare per il “buono” del racconto.

Fonte Immagine: http://realscience.altervista.org/

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