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Gli animali provano emozioni? Comprendere i nostri animali

Gli animali provano emozioni?

Continuiamo il nostro percorso per capire meglio i nostri animali: dopo aver analizzato i loro comportamenti nell’articolo Siamo così sicuri di comprendere i nostri animali? chiediamoci ora se gli animali provano emozioni.

Gli animali provano emozioni?

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Anni di studi ci hanno portato a concludere che gli ingredienti delle emozioni sono principalmente tre: il primo è rappresentato dalle reazioni biologiche che avvengono nell’organismo (il cuore che batte, le variazioni nelle concentrazioni di ormoni…); il secondo dalle posture e le espressioni del viso che si sviluppano; il terzo, e forse il più problematico, è caratterizzato dalla consapevolezza delle emozioni, ossia il fatto di sentire di provare un ben determinato sentimento. Come capire se i nostri animali provano emozioni?

Nei primi due casi, è facile dimostrare che sono entrambe delle reazioni condivise fra noi e gli animali, anche se, soprattutto nel caso del secondo “ingrediente”, non bisogna lasciarsi fuorviare dal nostro egocentrismo, come vedremo fra poco. Nel terzo caso, invece, la situazione è molto più complessa, perché data la mancanza di un metodo che ci permetta di valutare con estrema certezza le reazioni messe in atto dagli animali, come facciamo a chiedere loro se sono consapevoli o meno di ciò che stanno provando?

Qui purtroppo entra in gioco il limite della ricerca in questo settore, dato che non possediamo i mezzi per elaborare appieno ciò che un animale vuole comunicare. L’atteggiamento giusto da seguire, però, non è il voler attribuire a tutti i costi ai nostri animali delle capacità, come l’empatia (capacità di riconoscere le emozioni in un altro individuo, di condividerle e di farle proprie) solo perché questo ci fa sentire in pace con noi stessi quando possiamo dire con estrema gioia che il nostro cagnolino ci ha consolato quando siamo tornati a casa da una giornata negativa.

Purtroppo, nella maggior parte dei casi bisogna arrendersi a giustificare le azioni messe in atto dagli animali nel modo più semplice possibile e nel modo più sensato dal punto di vista evolutivo, visto che, in natura, la spiegazione più semplice è la più corretta alla fine dei conti. Per concludere, quindi, vediamo qualche esempio a dimostrazione di quello che è stato detto.

Animali come i cani possono davvero leggere le nostre emozioni?

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Un gruppo di ricercatori dell’Università di medicina veterinaria di Vienna ha condotto un esperimento in cui è stato dimostrato che i cani sono in grado di discriminare fra facce umane felici e arrabbiate. I ricercatori hanno presentato a 20 cani le fotografie di volti di donne a coppie di due, una felice, una arrabbiata, una accanto all’altra su uno schermo touch.

Durante l’addestramento i cani sono stati divisi in due gruppi: un gruppo ha imparato a toccare le facce felici, mentre l’altro gruppo doveva toccare quelle arrabbiate. Successivamente, i cani sono riusciti a identificare l’umore di volti che non erano stati mai mostrati durante l’addestramento.

Questo esperimento, che di per sé sembra aver dimostrato che i cani sono in grado di riconoscere l’umore dei loro padroni e quindi comportarsi di conseguenza, evidenzia in realtà come troppo facilmente possano nascere degli equivoci, in quanto ha confermato solamente che i cani possono distinguere fra una faccia allegra e una faccia triste e associarle alle conseguenze.

Quindi, se dopo una giornata pesante e stressante, torniamo a casa con una faccia stanca e provata, il fatto che il vostro cane sembri “consolarvi” in realtà è da associare semplicemente al fatto che è consapevole che quella faccia “provata” avrà delle conseguenze negative anche per lui e quindi attua in maniera automatica quei comportamenti che noi, in modo molto egocentrico, interpretiamo come un tentativo di risollevarci il morale.

L’empatico salvataggio delle formiche e dei ratti

Una formica sprofondata nel terreno e legata a un filo di nylon che ne impedisce i movimenti è stata salvata dai suoi compagni, che, smuovendo il terreno, ne hanno permesso la liberazione. È questo ciò che è stato evidenziato nell’esperimento condotto presso l’Università Paris Nord a Villetaneuse, in Francia, dall’etologa sperimentale Elise Nowbahari.

Il gruppo di ricercatori, però, si è ben visto dall’interpretare i risultati come una dimostrazione, che piacerebbe alla maggior parte delle persone, della capacità delle formiche di sentire che cosa provano i compagni. Lo stesso è stato ottenuto anche su degli studi condotti all’Università di Chicago che hanno coinvolto dei ratti che si sono dimostrati in grado di liberare i propri compagni chiusi all’interno di gabbie di plastica.

Gli esperimenti condotti sulle formiche e sui ratti, infatti, non dimostrano che i salvatori comprendano quel che c’è nella testa dei compagni prigionieri o che agiscano con l’intento di porre fine alla sofferenza altrui.

Non è necessario tirare in ballo concetti complessi come l’empatia, perché è necessario ricordarsi che nella maggior parte dei casi la spiegazione più semplice è quella corretta e paradossalmente potrebbe anche essere, nel caso dei ratti, che i salvatori abbiano liberato i compagni intrappolati solamente per zittirli, dato che questi animali sono sensibili agli ultrasuoni prodotti dai loro simili.

La “sovrastruttura” non è mai l’opzione corretta

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Concludo questo articolo ricordando che, soprattutto in questo periodo in cui l’animalismo dilaga, è estremamente facile cadere nel considerare gli animali al pari di noi esseri umani, pensare che provino delle emozioni come le nostre e che siano dotati di una propria coscienza che gli permette di agire in maniera empatica in svariate situazioni.

Purtroppo, nella maggior parte dei casi il voler “umanizzare” forzatamente il comportamento animale è estremamente pericoloso e potrebbe portare anche ad atteggiamenti limite con conseguenze negative anche per gli animali stessi. Basti pensare alla comparsa improvvisa di “gatti vegani” o alla liberazione di animali da laboratorio immunodepressi con l’intento di liberarli dalla loro prigionia, ma senza ragionare minimamente sulla loro incapacità di sopravvivere all’esterno di un laboratorio sterile.

Chi decide di convivere con un qualsiasi tipo di animale dovrebbe cercare di informarsi su quali siano i comportamenti che tali animali normalmente mettono in atto ed evitare di voler vedere emozioni in organismi da cui per il momento non possiamo ottenere informazioni che ci permettano di dire con certezza il nostro amato cane ha “capito” quello che stavamo provando e ha agito nell’intento di consolarci visto che si è fatto partecipe del nostro stato di sofferenza.

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